venerdì 13 novembre 2009

Una giornata particolare

Diciamocelo, mi sarebbe piaciuto scrivere un altro articolo, raccontare di cose lievi e divertenti. Parlare di questo grande raduno in quel di Milano, con il rastrellamento di tutti i funzionari del gruppo. Raccontare di una partenza avvenuta alle prime luci dell’alba, di una folla di funzionari inebetiti dal sonno e da altre droghe di cui sono consumatori abituali. Della ressa intorno agli autobus ( e non ai vagoni piombati come qualche maligno aveva insinuato) con una corsa in cui la metà delle persone cercava di salire per potersi trovare insieme a qualcun altro, e l’altra metà si affettava per evitare di trovarsi con chi li stava cercando. Di autobus pieni di bancari impettiti e di altri in cui si cercava vanamente di ricreare il clima dell’ultima gita scolastica. Di una sosta all’Autogrill dettata dal morboso desiderio di caffeina ed impellenti motivi fisiologici e finita in una ressa inumana davanti al bancone del bar ed in una lunga fila di questi funzionari , in buona parte anziani ed incontinenti, davanti ad un prefabbricato contenente 4 WC funzionanti (?) ed angusti (1 metro per 1 metro, solo lo spazio di movimento per tirarlo fuori;qualcuno è rimasto bloccato lì fino al ritorno). Di corsi che si svolgeranno fra giugno e ottobre in quel di Reggio Emilia, nel cuore della pianura padana, in clima con le canzoni di Ligabue, le zanzare, i ricordi di meeting vicepresidenziali e quelli densi di foschi presagi del triangolo rosso di subito dopo la guerra. Di un buffet freddo di cui si sono intuite luci ed ombre quando si è visto che era organizzato dalla Camst ; le ombre sono rimaste, le luci sono diventate accecanti per il calore del piazzale di cemento che ha riscaldato le fette di salame e di mortadella, lasciando ai degustatori un ricordo incancellabile. Di un ritorno nella miglior tradizione nazionale da Caporetto in poi, fra commenti, pisolini e telefonate alla moglie/marito per comunicare l’avvicinarsi dell’ora del ritorno. Il tutto terminato con lo splendido ingorgo in tangenziale che ci aspettava, impaziente , dalla mattina, da quando , causa la levataccia inconsueta , non ci eravamo presentati al consueto appuntamento con la fila. Insomma questo racconto lo farà qualcun altro; io rimango a quelle 3 ore circa passate nel bellissimo ed innevato auditorium di Aurora, con un palco a forma di prua di una nave, un cuneo infilato nella sala, con i relatori schierati sui due lati, resi visibili a tutto l’auditorio da una doppia immagine proiettata su un doppio schermo.
Quello che è stato detto sta assumendo concretezza in questi giorni; quando queste pagine saranno pubblicate la ristrutturazione del Gruppo sarà già stata varata, i corsi per funzionari con annesso teatro di impresa in calzamaglia( meglio se nera) saranno già storia, anzi, leggenda (metropolitana e aziendale). Non esisterà più l’Unipol che molti di voi, i meno giovani, i più rottamandi hanno conosciuto e sarà in atto un gran processo di ristrutturazione, un gran tourbillon con spostamento di ruoli, di uffici, di scrivanie, di donne e uomini. Una migrazione epocale, che potrebbe sconvolgere abitudini decennali di caffè insieme, di incontri semi clandestini, di quotidianità. La fine di una storia durata oltre quarant’anni. Perché? Perché tutto questo. Ho provato a capire, per darmi una spiegazione, per potervelo raccontare. Un famoso giornale della Sera, in un articolo pubblicato il 26/2/2007 parlava del cambiamento epocale che ci sarebbe stato in Unipol, della fine del paternalismo che l’aveva retta in tutti questi anni. Paternalismo?. Ho fatto lo sforzo ( inusuale per quel che mi riguarda, lo ammetto) di ascoltare chi la pensava diversamente da me circa quest’azienda, e mi si è composto un quadro ben diverso da quello che mi ero sempre fatto. Vedete, in questi anni, soprattutto in questi ultimi anni avevamo visto tutti l’azienda crescere ed allontanarsi da noi; un’azienda in cui “contavamo” sempre meno, ma che continuava a chiedere. La speranza era che tutto prima o poi, sarebbe tornato indietro, e con gli interessi, e ci saremmo goduti il grande gruppo finanziario , con un ruolo e giustizia per ciascuno di noi. Abbiamo continuato a credere, come ci raccontavano, che eravamo ganzi assai, e non riflettevamo sul fatto che non facevamo più formazione, che non si imparava più niente di nuovo, che le tecnologie, che avevamo dominato per anni ( il CED più grande dell’Emilia Romagna, il maggior cliente dell’IBM) avevano messo la freccia e ci stavano sorpassando. Mentre sognavamo si accavallavano delle ristrutturazioni,che non mutavano altro se non alcune posizioni di potere.


Rimanevamo indietro nell’evoluzione tecnologica, di processo, di prodotto. A molto di noi veniva di chiesto di fare del proprio meglio per tenere insieme le cose, e lo si faceva volentieri ( per l’azienda, il radioso avvenire e magari, per i meno astuti di noi, per le sorti del socialismo mondiale), tenendo insieme procedure, processi, prodotti, programmi con nastro adesivo, ago e filo,pazienza e passione. Così facendo avevamo l’illusione di muoverci, di crescere; in realtà rimanevamo fermi, le piattaforme innovative, le nuove metodologie ci facevano ciao ciao con la manina mentre rimanevamo lì sulle scrivanie a pensare a come fare andare la baracca con quel che passava il convento.
Ci abbiamo creduto, ci abbiamo provato. Forse, come ha detto qualcuno in quel di Milano, noi, dai funzionari agli operatori del Call Centre, siamo quelli che ci hanno provato di più, quelli che hanno dato il maggior contributo anche innovativo. Questa era una situazione paternalistica ? non credo. Certo, il merito individuale, in questi anni ha fatto poco capolino non perché avessimo realizzato il socialismo paternalista, ma perché la situazione veniva tenuta ferma, immobile, per poterla governare. Il gruppo dirigente ha avuto pochi ricambi o innesti perché nessuno ha mai pensato di dovere fare crescere quelli che erano sotto .
E quelli che erano sotto avevano ben pochi modi di fare sentire la propria voce; questo non è paternalismo, è una sorta di “tirannide”, come ho già avuto modo di raccontare. Insomma, per dirla con il sommo poeta e con i Rokes :”ma che colpa abbiamo noi?”. Chi è arrivato in Unipol alla fine della grande burrasca, una volta fallito l’ultimo attacco al cielo, ha letto quest’azienda come ferma , incapace di innovarsi, bloccata. Un’azienda da cambiare, subito, incentivando la mutazione inserendo nuovi attori, tagliando il più possibile i ponti con il passato e con chi l’aveva rappresentato. Via l’acqua sporca. Ma anche il bambino.
Ancora una volta tutto bianco o nero; invece di comprendere le ragioni dell’isolamento e dell’immobilità di un’azienda che aveva, però, allo stesso tempo, meravigliato il mercato per la sua capacità di crescere e di recuperare situazioni disperate (come è fallace la memoria nel mondo della produttività !), invece di capire e recuperare gli errori, si azzera tutto e si ricomincia da capo. Correre, crescere, competere, migliorare.Senza guardare in faccia a nessuno, perché, in assenza di paternalismo, chi avrà meritato avrà la sua parte, la sua crescita, la sua promozioni. E chi si ferma è perduto. Alè!
In linea teorica forse giusto, ma la teoria non fa i conti con la storia, con i conti in sospeso, con le aspettative, con quanto è stato dato e che è servito a fare si che chi arriva adesso possa ancora trovare un’azienda , un gruppo che è il terzo o quarto (a seconda del momento/ statistica) nel panorama assicurativo nazionale. In mancanza degli ultimi, deprecabili, anni , arrivando adesso non si sarebbe trovato molto, ma questo non è il momento delle riconoscenze verso il passato. Perché i conti con il passato, a questo punto , si fanno solo seppellendolo, il passato. Il passato o il futuro, bianco o nero, o da una parte o dall’altra: scegliere, prego.
E a spiegare cos’è l’azienda e a delinearne il futuro ci penseranno le centinaia di consulenti che sciamano per l’impresa, ricordando più uno dei flagelli d’Egitto che una soluzione a dei problemi, e che del passato pensano esattamente ciò che disse Red Butler a Rossella O’ Hara nel finale di “Via con il vento: :”Francamente me ne infischio”. Gente senza passato con uno splendido futuro davanti: consulenti, nuovi talenti e vai così. Un’azienda senza storia è un’azienda senza anima, e poi non va a finire mica tanto bene, sapete.
Se non abbiamo capito bene, se non abbiamo letto i vostri pensieri, bhe, non è colpa nostra, noi abbiamo capito quello che abbiamo visto. Se è diverso, spiegatecelo meglio: molti di noi sono anziani e si diventa un poco sordi. Avremmo gradito partecipare al vostro cambiamento, dare una mano, raccontare quello che sappiamo, dare il nostro contributo. Chiedevamo poco: considerazione, attenzione, riconoscenza. Non siamo attaccati alle nostre sedie, non abbiamo paura di cambiare.
A quest’azienda molti hanno dato molto: forse meritavano di meglio, sicuramente lo meritava la storia di quest’azienda, della sua originale ricetta, che non deve andare persa. Lo meritava il lavoro vivo, delle persone, , che non può essere spostato o trasferito con lo schioccare delle dita, come a dimostrare che tanto quello è stato fatto sinora (ed è il risultato di anni di esperienza) può essere acquisito da altri in pochi giorni. Se ci si pensa si scopre che non è vero, che non si può fare a meno della propria storia: e allora perché non agire di conseguenza? .

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